Profili Decompressivi: meglio usare il modello mnemonico o compartimentale?

Enzo Spisni e Klarida HoxhaNel mese di ottobre il Centro Iperbarico Ravenna ha partecipato come partner a una importante ricerca sperimentale nel campo della subacquea che si è svolta a Porto Ercole, ai piedi del monte Argentario.

L’obiettivo della ricerca è stato quello di indagare quale profilo di decompressione, mnemonico oppure compartimentale, permette quindi di immergersi in maggiore sicurezza.

Il progetto è durato due anni (iniziato in aprile 2012 con diversi incontri per raccogliere più dati, l’ ultimo dei quali in ottobre 2014) e ha coinvolto subacquei in immersione ricreativa, subacquei in immersione tecnica e nuotatori (per valutare l’ effetto dello sforzo legato l nuoto): alcuni subacquei sono risaliti utilizzando il modello a doppia fase, in questo caso la decompressione mnemonica, che prevede l’ utilizzo della logica nella fase de compressiva per quanto riguarda i tempi e le tappe di risalita, altri invece hanno compiuto la risalita utilizzando il computer in commercio secondo il modello compartimentale BUHLMANN. Fino ad ora l’ unico modello validato e testato scientificamente è il modello BUHLMANN e non è mai stato studiato in vivo altro profilo decompressivo se non matematicamente o in vitro. Questo studio invece è il primo che va a indagare quello che realmente succede al subacqueo in acqua.

Per vedere come i due diversi metodi di decompressione agiscono sull’organismo, prima e dopo l’immersione i subacquei sono stati sottoposti a un ECOCARDIOGRAFIA per la misurazione dell’eventuale passaggio di bolle attraverso il cuore e a prelievi di sangue per verificare il livello di infiammazione attraverso la misurazione in laboratorio delle chemiocitochine (sostanze infiammatorie).

La ricerca è stata coordinata dal Master Universitario di II secondo livello in Medicina Subacquea e Iperbarica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e al progetto ha collaborato anche il Andrew Georgitsis, responsabile della didattica dell’UNIFIED TEAM DIVING, che durante i giorni delle rilevazioni è sempre stato presente sul posto.Immagine2

Allo Studio hanno partecipato il Prof. Enzo Spisni insieme a uno staff di biologi dell’Università di Bologna e l’infermiera del Centro Iperbarico Ravenna, Klarida Hoxha, impegnata nei prelievi. Le ecocardiografie sono invece state invece gestite dai cardiologi dott Claudio Marabotti e dott Alessandro Scalzini.

I risultati preliminari dell’indagine, presentati al Convegno “Profili Decompressivi” che si è tenuto a Porto Ercole al termine delle ultime due giornate di ricerche, hanno anticipato che dal punto di vista infiammatorio l’immersione tecnica provoca una minore infiammazione rispetto a quella ricreativa, forse per un maggiore l’utilizzo dell’elio nella miscela di fondo o dell’ossigeno in fase de compressiva.

Per i risultati finali è necessario aspettare ancora un po’ di tempo, ma se siete interessati ad approfondire l’argomento potete leggere gli appunti del Dott. Longobardi sull’intervento di Andrew Georgitsis e qui di seguito le slide presentate al Convegno.

 

 

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