Embolia del fegato: scoperto coinvolgimento del fegato nell'incidente da decompressione

Questa notizia ovviamente interesserà soprattutto i tanti medici e ricercatori che seguono l’attività del dr Pasquale Longobardi ma probabilmente in futuro i risvolti della scoperta saranno interessanti per tutti.

Per la prima volta è stato dimostrato che nell’incidente da decompressione può essere coinvolto il fegato. Lo rende noto la prestigiosa rivista American Journal of Physiology che ha pubblicato lo scorso maggio un importante studio scientifico al quale ha collaborato anche il Centro Iperbarico di Ravenna.  Raramente infatti  è possibile il blocco (necrosi) di tutto il fegato, più frequentemente il danno è parziale. D’ora in poi, dopo un incidente da decompressione è raccomandato il controllo della funzionalità del fegato.

Ecco una sintesi della ricerca.

Gli autori – L’Abbate A., Kusmic C., Matteucci M., Pelosi G., Navari A., Pagliazzo A., Longobardi P., Bedini R. – hanno evidenziato la presenza di emboli gassosi nel fegato in 31 ratti di sesso femminile dopo decompressione rapida (12 minuti) successiva a compressione a 7 ATA (60 metri) per 42 minuti (Protocollo A). Nei sedici ratti morti dopo la decompressione (gruppo I), le bolle erano visibili nelle cavità destre del cuore, nell’arco aortico, nel fegato, nelle vene mesenteriche e sulla superficie intestinale. L’istologia ha mostrato microcavità perilobulari nei sinusoidi epatici, negli spazi interstiziali e negli epatociti. Dei ratti sopravvissuti, sette sono stati sacrificati dopo tre ore (gruppo II), il gas era visibile nel fegato di due ratti e vi era un aumento significativo della vacuolizzazione perilobulare e delle aminotransferasi nel plasma. Otto ratti sono stati sacrificati dopo 24 ore (Gruppo III). Vi era edema nel fegato.L’istologia ha mostrato gonfiore delle cellule perilobulari, vacuolizzazione e degenerazione idropica. Vi era un notevole aumento dei marker enzimatici di danno epatico. 14 ratti sono stati decompressi due volte (protocollo B). La mortalità complessiva è stata del 93%. Oltre a una diffusa degenerazione idropica è stata osservata necrosi centro lobulare. Inoltre, 10 topi sono stati esposti a tre sessioni di decompressione (Protocollo C), con tempi di decompressione raddoppiati. Il loro tasso di mortalità era diminuito al 20% ma i marcatori enzimatici erano aumentati rispetto ai valori precedentil’esperimento. In cinque ratti erano presenti gonfiore delle cellule perilobulari e vacuolizzazione. L’importanza dello studio consiste nella considerazione che il fegato fino a oggi non era considerato come sede della fisiopatologia della decompressione.  Mentre una significativa necrosi cellulare è stata osservata in pochi animali, un danno epatocellulare zonale o diffuso associato con disfunzione epatica è stato dimostrata in molti animali. Nella malattia da decompressione dell’uomo può essere coinvolto il fegato e, quindi, deve essere ricercato e valutato clinicamente tale danno.

Testo originale in inglese – Gas embolization of the liver in a rat model of rapid decompression

E’ possibile ascoltare l’ intervista al prof. l’Abbate, direttore del Master in Medicina Subacquea e Iperbarica della Scuola Superiore S. Anna di Pisa, in merito ai risultati della ricerca effettuata.

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